AGE PLATFORM ITALIA
ADA, ANAP, ANCeSCAO, ANTEAS, 50&Più Fenacom (Confcommercio), FIPAC-Confesercenti, UNIEDA, Università dei 50&Più, Sindacato Nazionale
Pensionati Confagricoltura, CNA Pensionati, Associazione Lavoro Over 40, Federanziani, Istituto per la qualità del vivere,  UNITRE, FAP (Pensionati bancari),
CIA pensionati, Federpensionati Coldiretti, Età libera associazione di volontariato, ATDAL, Fondazione Sviluppo Europa, SAPENS (ORSA), Casartigiani
Pensionati

IL FUTURO DELLE PENSIONI ITALIANE NEL CONTESTO EUROPEO
Le proposte di
AGE PLATFORM ITALIA

Premessa
In Italia, ma anche in tutti i Paesi maggiormente industrializzati, alla precarietà e alla frammentazione del mercato del lavoro si è
aggiunta dal 2008 una crisi economica e finanziaria delle proporzioni inaudite.

Di fronte a questa realtà, bisogna considerare che proprio nei momenti di crisi sono nate le grandi riforme, ed oggi è il
momento di ripensare a costruire una nuova politica sociale, adeguata ai tempi, ma fortemente ancorata ai principi di
solidarietà.

E’ necessario, dunque, mettere al centro del dibattito politico e davanti a tutto,  l’economia, i lavoratori, le imprese e anche i
pensionati visto che il loro numero rappresenta quasi un terzo degli elettori del nostro Paese, destinato a crescere  nei prossimi
anni.

Facendo riferimento al documento sulle pensioni fatto proprio da AGE Platform Europa, AGE PLATFORM ITALIA ha
esaminato la situazione italiano giungendo alle formulazione del seguente documento, dopo averne discusso nel Convegno che
si è svolto a Roma il 3 marzo 2010, presso il Parlamento Italiano (Camera dei Deputati, sala della Mercede).

Alcuni dati
§ §          Al 31 dicembre 2008 la popolazione complessiva in Italia risulta pari a 60.045.068 unità (M. 29 milioni – F. 31
milioni – stranieri 6.5%).
§ §          Al 31 marzo 2009 il numero di prestazioni pensionistiche previdenziali e assistenziali erogate è stato pari a 23 milioni
e 700 mila per un importo complessivo di 233 miliardi di euro (15,17% del PIL) ed un importo medio annuo di 9.800 euro
(dati Istat).
§ §          Con riferimento alla tipologia di pensione si osserva che le pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti sono state
18,6 milioni (il 90,2% del totale con un importo medio annuo di 11.279 euro);
- -         quelle assistenziali 4,1 milioni (il 7,9 del totale con un importo medio annuo di 4.500 euro);
- -         quelle indennitarie 978 mila (1,8% del totale con un importo annuo di 4.357 euro).
§ §          E’ aumentata la speranza di vita media della popolazione: la stima dell’ISTAT è pari a 78,9 anni per gli uomini, 84,2
anni per le donne.

Le proposte

Nel contesto attuale si ritiene che sia giunto il momento in Italia che il sindacato costruisca un nuovo movimento culturale per la
politica sociale e che sostenga quali priorità assolute:
- -         il potere di acquisto delle pensioni;
- -         separazione della previdenza dall’assistenza
- -         superare trattamenti di privilegio assolutamente immotivati
- -         procedere al superamento definitivo della miriade di enti previdenziali i cui costi sono insostenibili e penalizzanti
- -         l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego deve corrispondere ad effettivi e misurabili
mutamenti positivi della loro condizione di diseguaglianza nella carriera lavorativa e comunque vincolata alla volontarietà
- -         garantire l’accesso automatico alla pensione al compimento dei 40 anni di contribuzione a prescindere dalla data della
“finestra” o riconoscere ai fini del calcolo della pensione anche la contribuzione eccedente i 40 anni.
- -        
- -         la riorganizzazione del sistema socio-sanitario in funzione della domanda;
- -         un adeguato sistema di protezione dal rischio non autosufficienza;
- -         la riduzione delle pressione fiscale sui redditi da lavoro e da pensione;
- -         un concreto avvio delle politiche di partecipazione degli anziani alla vita attiva.

In questa direzione vanno le proposte che di seguito si avanzano.

La previdenza e l’assistenza
L’adeguamento delle pensioni al “reale” costo della vita
In Italia, il potere di acquisto delle pensioni ha subìto una grave e progressiva diminuzione nell’arco dell’ultimo decennio. Ogni
anno il valore della moneta perde tra il 3 e il 4 per cento e ciò sta a significare che il trattamento economico dei pensionati nel
giro di dieci anni dal collocamento a riposo diminuisce di oltre il 30 per cento, con conseguente riduzione del loro livello
esistenziale.

Si avverte, quindi, la necessità assoluta di una riforma del meccanismo della rivalutazione annua calcolata dall’ISTAT secondo
il seguente ordine di priorità:
§ §          ripristinando la doppia indicizzazione delle pensioni, non solo in base alle variazioni dei prezzi, ma anche in base alla
variazione della massa delle retribuzioni lorde di contabilità nazionale (aggancio alla dinamica salariale).
§ §          ristrutturando l’attuale “paniere”, che includa tra le proprie voci quelle relative alle spese di prima necessità delle
persone anziane e pensionati, come le spese farmaceutiche e le prestazioni specialistiche non a carico del Servizio Sanitario
Nazionale, le spese per le assistenti familiari;
§ §          ripristinando, anche, la mancata rivalutazione del 2008 per un ristretto numero di pensionati con importo del
trattamento superiore a otto volte il minimo Inps. Una misura iniqua che ha comportato una lesione economica duratura dei
diritti dei pensionati coinvolti.
Occorre, inoltre, neutralizzare integralmente l’effetto dell’inflazione sulle pensioni, applicando alle stesse l’indice del carovita
stabilito dall’ISTAT nella misura intera, quindi non attraverso aliquote decrescenti per fasce crescenti di importo di pensione.

D’altra parte anche la sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 9 gennaio 1991 ha ribadito il principio che la pensione deve
intendersi come “retribuzione differita” e, come tale, deve conservare nel tempo il suo rapporto fisso con le retribuzioni dei
lavoratori in costanza di servizio.



La riduzione fiscale
Anche una minore pressione fiscale sui redditi da pensione sarebbe auspicabile e necessaria in considerazione proprio del fatto
che il pensionato non dispone, come il lavoratore in attività, di un potere contrattuale che consenta l’adeguamento del “valore”
della propria pensione al costante aumento del costo della vita. 

Attualmente il peso fiscale riduce di circa il 30% il recupero dell’inflazione.
La riduzione fiscale costituirebbe l’unico mezzo per il pensionato di recuperare la perdita di “valore” della pensione. Una
soluzione a tal fine potrebbe essere costituita dalla reintroduzione della cosiddetta “no tax area” per un importo pari a due
volte quello del trattamento minimo delle pensioni dell’Inps (€ 12.000) ed un’altra quella di applicare il prelievo fiscale sul
75% dell’assegno a partire  dai 65 anni di età per poi far diminuire questa percentuale con l’avanzare dell’età.

Il cumulo della pensione ai superstiti con altri redditi
I contributi che vengono versati nel corso della vita lavorativa sono destinati a coprire i rischi non solo dell’invalidità e della
vecchiaia del lavoratore, ma anche quello della sua morte con la conseguente erogazione di una prestazione previdenziale ai
suoi superstiti.
Questa prestazione viene però corrisposta in misura ridotta rispetto a quella che spetterebbe allo stesso lavoratore  ed è
graduata in funzione del rapporto che lega il defunto al superstite.

Su questo importo incombe attualmente un’ulteriore riduzione stabilita dalla legge n. 335/1995 fino ad un massimo del 50 per
cento in ragione del reddito eventualmente posseduto dal superstite. (Attualmente oltre € 17.977 meno 25%; oltre € 23.970
meno 40%; oltre € 29.963 meno 50%).
L’istituto del cumulo tra pensione e redditi, ormai abolito per le pensioni di vecchiaia e di anzianità, è invece altamente
penalizzante nei riguardi dei superstiti, perché vanifica notevolmente l’intento del legislatore che, con l’introduzione della
pensione indiretta, voleva  garantire agli stessi una sufficiente tutela di carattere economico.

E’ necessaria quindi una modifica dell’istituto o con la sua abolizione, o, quantomeno, con una correzione dei valori delle  tre
fasce  di reddito oggi in vigore, portandole dalle attuali 3, 4, 5 rispettivamente a 5, 8, 10 volte l’importo del trattamento
minimo annuo ( € 5.992,61 per il 2010).
La decurtazione appare come un’appropriazione indebita da parte dello Stato, se si considera che la reversibilità è una
prestazione previdenziale (e non assistenziale) che si basa sull’ammontare dei contributi versati dal lavoratore non più in vita.
Premia coloro che vivono nel sommerso e danneggia invece coloro che denunciano regolarmente i propri redditi.

Il recupero del Fiscal drag (drenaggio fiscale)
E’ necessario neutralizzare il drenaggio fiscale che erode una quota della perequazione automatica; cioè quello che si dà con
una mano, aumentando del costo della vita (virtuale) le pensioni, si toglie con l’altra quando sulla stessa prestazione si
applicano le aliquote fiscali.
Si chiede, in sostanza, che la pensione lorda e poi quella netta aumentino di pari passo.

L’ampliamento della platea della “Social card”
Dal 1° ottobre 2008 è stata prevista la cosiddetta social card, cioè la carta acquisti prepagata e voluta per dare un sostegno
alle categorie disagiate. Anche se la stima prevedeva che ad usufruirne dovevano essere oltre un milione e 300 mila persone,
di fatto ne hanno beneficiato solo 627 mila (di cui 364 mila beneficiari con più di 65 anni; 263 mila bambini fino a 3 anni).

In Europa non esiste un intervento simile: per combattere la povertà esiste invece il reddito minimo di inserimento previsto per
tutti a prescindere dall’età anagrafica.

Nell’anno europeo della lotta alla povertà occorre dare una risposta concreta ai circa 3 milioni di poveri del nostro Paese,
aumentando, per ciascuno dei prossimi tre anni, il budget messo a disposizione di 500 milioni di euro rispetto a quello stanziato
in origine (900 milioni).


La Sanità

La riqualificazione della spesa
La salute rappresenta ancora una delle maggiori fonti di preoccupazione dei cittadini italiani ed europei. L’allungamento della
vita e la denatalità stanno generando un invecchiamento della popolazione che inevitabilmente si lega ad un aumento della
disabilità e delle patologie croniche.

Il tutto porta ad un incremento dei costi delle cure sanitarie e assistenziali. E’ necessario dunque ripensare alla sanità in modo
diverso rispetto al passato. La sanità non è solo ospedali, ma soprattutto assistenza domiciliare e ambulatoriale. promozione
della salute ed invecchiamento attivo senza discriminazioni. Ci sono ospedali che vanno chiusi, ma i risparmi recuperati non
devono essere destinati a diminuire il debito pubblico, bensì devono essere utilizzati per rilanciare la sanità stessa, abbattendo
le liste di attesa per le visite specialistiche e i ricoveri ospedalieri.
I principali deficit, poi, della sanità italiana sono senza dubbio quelli che riguardano l’organizzazione e la gestione delle risorse e
i processi di diffusione delle informazioni e di comunicazione con il cittadino.

Su questo fronte si ritiene che le priorità da affrontare in questa materia siano due:
· ·          La realizzazione di una rete informativa territoriale unica per l’accesso ai servizi sanitari, socio-sanitari e assistenziali e
per la promozione della salute, dell’invecchiamento attivo senza discriminazioni da realizzare a livello di distretti con l’utilizzo di
tutte le moderne tecnologie;da realizzare a livello di distretti con l’utilizzo di tutte le moderne tecnologie;
? ·          La previsione di forme miste (pubblico/privato) di copertura del rischio di non autosufficienza.

La non autosufficienza
Il problema della non autosufficienza, per le dimensioni che ha e assumerà in Europa  nell’immediato futuro, deve essere
affrontato con politiche ad hoc.
La popolazione non autosufficiente in Italia è da tempo in crescita. Vi appartengono quasi tre milioni di persone, la maggior
parte anziana. Su circa undici milioni di over 65, circa 2.615.000 sono non autosufficienti, privi cioè di autonomia in almeno
una funzione fondamentale della vita quotidiana.

In Italia la famiglia continua ad essere il “provider” principale per l’assistenza alla persona disabile. A livello nazionale quasi
l’80% delle famiglie con disabili non risulta assistita dai servizi pubblici a domicilio ed oltre il 70% non ha alcuna assistenza
pubblica né privata.

Occorre al contrario garantire anche ai disabili il pieno godimento dei diritti della persona.
Perché questo sia possibile, va assunta una iniziativa legislativa o deve essere veramente reso operativo, attraverso adeguati
finanziamenti, il Fondo per la non autosufficienza.  In tal senso vanno prese in considerazione le diverse proposte di legge
depositate in Parlamento, alcune delle quali proposte da organizzazioni aderenti ad AGE Platform.

La nuova età pensionabile
La risposta più efficace di un Europa che invecchia non può che essere, tra le altre, quella di avere una parte più consistente di
popolazione che lavora e che lavora per più tempo.
Le riforme degli ultimi anni e quelle recenti stanno cercando di limitare il più possibile l’uscita precoce del mercato del lavoro.

L’Italia ha introdotto (rispetto all’Inghilterra, la Spagna, la Francia e la Grecia che hanno già annunciato cambiamenti in questo
senso) prima le quote di pensione per l’anzianità e le “finestre” per la vecchiaia. Da quest’anno, e poi nel 2015, ha previsto
due nuove misure che dovrebbero rimettere definitivamente in equilibrio il sistema e cioè:

--         la revisione triennale dei coefficienti di calcolo della pensione contributiva agganciati all’aspettativa di vita. E più questo
sale, più i coefficienti si riducono. Questo primo taglio porta una riduzione mensile che oscilla dal 6.3% all’8,4%;
--         l’innalzamento graduale entro il 2018 dell’età per le donne del Pubblico impiego da 60 a 65 anni;
--         l’innalzamento a partire dal 2015, dell’età pensionabile per tutti (uomini e donne) agganciato all’allungamento della
speranza di vita media.
E’ stato stimato che tale applicazione comporterà lo spostamento in avanti dell’uscita di pensionamento di tre anni per i
quarantenni di oggi e di sette anni per i giovani.

La Politica Fiscale
La pressione fiscale in Italia continua ad essere superiore al 43% e, osservando i dati del 2008, si evidenzia come i più
tartassati siano i lavoratori dipendenti e i pensionati.

Le imposte dirette (ossia quelle essenzialmente riscosse sui redditi delle persone fisiche e giuridiche) hanno raggiunto nel 2008
un valore di 241 miliardi di euro mentre le imposte indirette (IVA, IRAP) sono state di 215 miliardi di euro.

Sappiamo bene, poi, che la quota di gran lunga più importante della tassazione sui redditi proviene dalle retribuzioni del lavoro
dipendente e dalle pensioni. Su 41 milioni di contribuenti oltre due terzi hanno dichiarato di aver percepito un reddito lordo
inferiore a 20 mila euro.

Le stime più accurate condotte dall’ISTAT indicano, poi, che il valore aggiunto dell’economia sommersa si attesta ogni anno
intorno al 18% dell’intero Pil (Prodotto Interno Lordo) arrivando a sfiorare i 270 miliardi di euro, di questo ammontare poco
più di un terzo deriva dall’utilizzo di lavoro non regolare e la restante parte da sottodichiarazioni di fatturato.

E’ questa l’area in cui vanno recuperate le risorse per alleviare il peso del fisco sulle retribuzioni e sulle pensioni, mediante
l’utilizzazione di parte delle maggiori entrate tributarie rispetto alle previsioni iniziali.

L’anziano attivo
L’anziano è sempre più una risorsa per la famiglia, la società, l’economia. Per favorire la sua partecipazione nelle forme
appropriate alla vita attiva occorre introdurre normative sia nell’ambito del volontariato, sia in quello dell’associazionismo, sia
in quello delle attività individuali di servizio nell’ ambito familiare, sociale, culturale, ambientale e formative (artigianali,
commerciali, ecc.),

Per molte famiglie  gli anziani pensionati non sono solo un costo ma una autentica risorsa, perno del loro funzionamento, in
quanto assicurano una efficace presidio e copertura (di quella zona grigia) a cavallo tra l’organizzazione della vita domestica ed
il sistema sociale nel suo complesso.
Questa parte di economia non è stata mai contabilizzata né quantificata rispetto alla formazione del Pil, e ciò non è
riscontrabile in alcun altro Paese europeo e del mondo.

Conclusioni
Occorre innanzitutto prendere atto che i diritti della popolazione anziana, riferiti a questi aspetti, non costituiscono più solo un
settore parziale della vita pubblica, ma ne rappresentano in qualche modo un profilo centrale che riguarda direttamente la
natura stessa della democrazia contemporanea.

Marzo 2010